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Lo spazio delle domande: Mostra e giardino intorno all'Ebraismo

L’allestimento si snoda dalla palazzina di Via Piangipane 81 al giardino sul retro e permette di ascoltare le interviste – inedite – realizzate dal regista Ruggero Gabbai a sette ferraresi sulla loro identità ebraica, di conoscere i tempi, le immagini e i suoni del matrimonio ebraico, grazie al lavoro di ricerca di Enrico Fink , di interagire in una strada di botteghe e abitazioni ebraiche, ricostruita in scala, e con i burattini, di fare un gioco all’aperto sui dettami dell’alimentazione ebraica e l’uso delle spezie bibliche

Che cos’è per te l’ebraismo? Come lo celebriamo? Dove ci incontriamo? Come mangiamo? Sono alcuni degli interrogativi che “Lo Spazio delle Domande”, la nuova mostra del Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah – MEIS, pone al visitatore, stimolandolo a trovare le risposte in modo originale e interattivo. Il percorso avvicina il pubblico al sistema-cardine – interrogarsi, cercare e sperimentare le risposte, appunto – della complessa e fiorente cultura ebraica: inscindibile dalle proprie radici e dalla memoria, che nutre, elabora e ricostruisce incessantemente, ma anche, e con ostinazione, viva e rivolta al futuro. Rigorosamente disciplinata, come dimostrano i numerosi precetti che regolano l’esistenza di ogni giorno e perfino il rapporto col cibo, ma altrettanto attenta ad approfondire il sapere, a onorare la libertà individuale e collettiva, a celebrare con pienezza i momenti più festosi, privati e pubblici.

Alcune risposte alle domande le forniscono proprio i sette intervistati: Marcella Ravenna e Jose Bonfiglioli, Marcello Sacerdoti e Baruch Lampronti, il rabbino capo di Ferrara, Rav Luciano Caro, e il presidente della Comunità Ebraica cittadina, Andrea Pesaro, affiancato dal nipote Alessandro, raccontano ampi brani del loro vissuto e il significato che attribuiscono all’ebraismo e alle sue tradizioni. Chi spiegando le ragioni di una scelta ebraica tardiva, chi soffermandosi sul legame controverso con gli scritti di Bassani, chi intonando canti sacri e suonando lo shofar (il corno di montone usato in occasione di certe feste solenni), chi condividendo la propria storia di immigrazione, chi parlando con la saggezza degli anni e degli studi, e chi con la freschezza dell’infanzia, tra sogni da bambino e l’età adulta che incombe, all’avvicinarsi del Bar Mitzvah (la cerimonia di passaggio alla maturità).

La mostra è, poi, scandita da una selezione di oggetti ebraici – usati per i riti collettivi o nel quotidiano e provenienti dalla collezione del Museo Ebraico della Comunità Ebraica di Ferrara e da quella privata di Andrea Pesaro –, che nelle tre sale dell’esposizione illuminano specifici aspetti della vita ebraica. Al centro della prima sala è la comunità, dove ci si confronta e si cresce insieme, mentre protagonista della successiva è il matrimonio, con la foto di un rito nuziale ebraico officiato nel 1934 nel Tempio di Via Mazzini, la chuppah (il baldacchino per gli sposi), gli anelli, un talled (scialle di preghiera) ottocentesco e un tappeto sonoro a tema: dalle sette benedizioni (Sheva Brachot) alla marcia nuziale di Baruch Abbà (“Benedetto chi viene”), fino agli antichi canti sinagogali ferraresi, con le melodie del coro femminile della Comunità Ebraica di Ferrara (l’unica, in Italia, ad averne mai avuto uno). Nella terza sala, infine, la scena curata dalla Fondazione Famiglia Sarzi di Bagnolo in Piano (Reggio Emilia) – in prima linea nella lotta partigiana e nome di spicco, da generazioni, del Teatro di Figura – riproduce e fa rivivere le vie del quartiere ebraico, con la Sinagoga e i negozi degli ebrei. Ecco, allora, tra gli altri, la cartoleria e profumeria Finzi, la gastronomia Nuta (Assunta Benvenuta Ascoli), che preparava salami d’oca, caviale di storione e altre specialità kasher come le buricche (pasta ripiena di carne lessa di vitellone o manzo, pollo o fegatini) e la bongola, rivisitazione della salama da sugo ferrarese. Ed ecco gli abitanti di quei luoghi, sotto forma di burattini (Nuta, il cliente, il medico e talmudista ferrarese Isacco Lampronti, etc.) che il pubblico – specie i più piccoli – può liberamente muovere e far dialogare, immaginando per ognuno un’avventura.

Lo Spazio delle Domande prosegue nel giardino e qui, con un approccio ludico, si focalizza su cosa mangiano gli ebrei. Piante di alloro, mirto, timo, lavanda e maggiorana (gli aromi utilizzati per l’Havdalah, la preghiera di fine Shabbat) disegnano quattro diversi itinerari, ciascuno associato a un alimento: uova, pesce, carne e latte. Dopo aver letto i pannelli esplicativi della kasherut (la normativa ebraica sul cibo), i visitatori si trovano davanti a delle biforcazioni e devono decidere qual è la strada giusta da imboccare. Attraverso odori e sapori, scoprono così quanto la cultura ebraica sia differente, ma anche affine, alla loro.
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